di Antonio Martone
Quante volte vai al ristorante dove vai da anni e, nonostante sul menù ci siano piatti invitanti, finisci per ordinare sempre il solito piatto. Non lo fai perché la tua scelta sia migliore, ma perché è quello che conosci.
Si definisce bias dello status quo e cioè la tendenza a restare dove siamo anche quando qualcosa di meglio è a portata di mano, e questo bias da solo spiega perché è difficile cambiare molto più di qualsiasi discorso sulla forza di volontà.
Ci provi, ma torni indietro
Se sei qui, una parte di questa storia la conosci già. Hai letto un libro che ti ha scosso, o ascoltato un podcast che sembrava parlare di te, e hai pensato: da lunedì cambia tutto.
E per qualche giorno è cambiato davvero. Poi è arrivato un martedì storto, una scadenza, un fine settimana fuori programma, e ti sei ritrovato esattamente dov’eri.
Il giorno dopo la ricaduta arriva sempre la stessa frase: «lo sapevo». Lo sapevo che non sarei durato. Lo sapevo che sono fatto così.
Pensa a quante volte è successo. Il proposito di inizio anno, la dieta del lunedì, la sveglia alle sei che dura neanche una settimana. Ogni volta ti sei detto che ti mancava costanza, ma se lo stesso copione si ripete più volte, forse il punto non sei tu ma il copione.
Fermati un attimo a riflettere su quello che ti ho appena detto, perché spesso un singolo episodio si trasforma in una sentenza, ma credimi non riuscire a fare la dieta spesso non è solo questione di carattere.
Il cervello ti dice: "Resta dove sei"
Pensa all’abbonamento o al conto che non cambi da anni, anche se sai che ne esiste uno migliore. Non lo cambi perché cambiare richiede tempo, confronti, una telefonata e il rischio di sbagliare. Restare dove sei, invece, non richiede niente.
Per il cervello, lasciare le cose come stanno è l’opzione predefinita. Ogni cambiamento è un costo da pagare in termini di energia, attenzione e incertezza.
Non è solo un’impressione. Già nel 1988 Samuelson e Zeckhauser, analizzando dati reali su piani sanitari e pensionistici di dicenti universitari, hanno osservato che le persone tendono a restare in modo sproporzionato sull’opzione di partenza. Parliamo di persone istruite, con tutte le informazioni a disposizione, eppure la scelta predefinita pesava più delle alternative.
Ora pensa al lavoro che non ti piace ma «almeno è sicuro». In questo caso, non è che non vedi altre strade, è che quella che stai seguendo ha un vantaggio enorme: la conosci.
Anche quando ti costa, ti sembra più sicura di qualsiasi cosa sconosciuta. Quanto alla paura di perdere qualcosa, qui conviene andare cauti: la ricerca è meno univoca di quanto si racconti.
Una precisazione è dovuta: studi come questo sono condotti in condizioni controllate e da soli non spiegano le grandi scelte di vita, ma indicano una direzione, e quella direzione è chiara.
Ed è qui che il recinto smette di essere una prigione. Nessuno te l’ha imposto: l’hai costruito tu, un passo alla volta. Ogni scelta ripetuta è stata come aggiungere un paletto ed è per questo che è così comodo: prende la forma delle tue abitudini.
Tre pratiche per il tuo cambiamento
In questa breve sezione vediamo tre passi concreti per iniziare il tuo cambiamento. ome dico sempre, non serve più forza di volontà, ma passi piccoli e un piano sostenibile per quando hai una battuta d’arresto. Iniziamo.
1. A piccoli passi
Se ogni cambiamento prevede un “costo”, il modo più semplice per non pagarlo tutto in una volta è dilazionarlo. Non «vado in palestra tre volte a settimana», ma «metto le scarpe e cammino cinque minuti». Non «cambio lavoro», ma «questa settimana parlo con una persona che fa quello che vorrei fare io».
Un test pratico: se ti viene da pensare «tanto non ci riesco», il passo è ancora troppo grande. Rendilo così piccolo che saltarlo sarebbe quasi imbarazzante.
Funziona perché abbassa il prezzo d’ingresso e il cervello fa meno resistenza davanti a un gesto da cinque minuti che davanti a una trasformazione.
2. Scrivi una frase se-allora per quando ti fermi
Pensa all’istante preciso in cui di solito molli, tipo alle sei e mezza di sera, appena rientri, con il divano che ti chiama.
Ora scrivilo come una frase: «Se sono le 18:30 e sono appena rientrato, allora metto le scarpe e esco cinque minuti».
Sembra troppo semplice, ma Gollwitzer e Sheeran, in una revisione di 94 test, hanno trovato che pianificare in anticipo il quando e il dove con una formula se-allora ha un effetto medio-grande sul portare a termine i propri obiettivi.
Il motivo è intuitivo: decidi prima, quando sei lucido, così nel momento critico non devi più scegliere, devi solo eseguire.
3. Cambia il contesto prima di cambiare motivazione
Non aspettare di sentirti motivato: la motivazione è la parte più capricciosa della storia. Piuttosto cambia il contesto: metti le scarpe accanto alla porta, lascia un libro sul cuscino, il telefono in un’altra stanza, ecc.
Il recinto funziona perché tutto intorno a te rimanda al solito. Se cambi lo il gesto nuovo ha meno attrito.
Le ricerche suggeriscono che il contesto pesa più di quanto crediamo, e puoi usarlo a tuo favore senza aspettare di sentirti pronto.
Conclusioni
Ognuno ha il proprio recinto, un posto comodo, e se sei rimasto lì dentro per anni ci sarà un motivo: ti ha protetto, ti ha dato certezze, ti ha fatto risparmiare energia.
Il punto, quindi, non è buttarlo giù a tutti i costi, ma decidere con calma quale la strategia per uscirne senza troppi smìbattimenti.
Se hai bisogno di capire da dove partire, ho creato la Mappa del Recinto, un percorso individuale per capire dove sei adesso, dove vuoi andare e che cosa, davvero, ti blocca.
Non ti dice cosa fare, ti aiuta a vedere il recinto per quello che è, così puoi scegliere tu come abbandonarlo.
Al prossimo post,
Antonio M.