Smartphone e bambini: perché stiamo iniziando a limitarli?

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  • Categoria dell'articolo:Neuroscienze
  • Ultima modifica dell'articolo:27 Settembre 2026
smartphone e bambini
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di Antonio Martone

Sta accadendo qualcosa che fino a qualche anno fa sarebbe sembrato quasi impensabile: si sta iniziando a discutere seriamente della possibilità di limitare l’utilizzo degli smartphone e degli altri dispositivi digitali da parte dei bambini, soprattutto nei primi anni di vita.

Il 17 settembre 2026 la Commissione Europea ha presentato l’EU KIDS ACT, una proposta che introduce una serie di misure restrittive relative all’utilizzo dei dispositivi digitali e dei social network da parte dei minori, prevedendo limiti differenti in base all’età.

È importante chiarirlo subito: si tratta di una proposta europea, non di una legge già in vigore.

Ma al di là del fatto che queste misure vengano effettivamente trasformate in legge, credo che il tema meriti una riflessione molto più ampia. Perché siamo arrivati al punto in cui si sente la necessità di discutere di restrizioni così importanti nei confronti di uno strumento che ormai è diventato parte integrante della nostra quotidianità?

E soprattutto: cosa succede realmente al cervello di un bambino quando lo schermo inizia a occupare una parte significativa della sua giornata?

Cosa prevede la proposta auropea?

Il documento presentato dalla Commissione Europea introduce un sistema basato sulle fasce d’età.

Per i bambini al di sotto dei tre anni viene previsto un divieto di accesso agli schermi e ai servizi digitali.

Tra i 3 e i 12 anni l’utilizzo dovrebbe essere limitato a servizi pensati specificamente per i bambini, con account gestiti dai genitori e un tetto massimo di un’ora al giorno.

Tra i 13 e i 14 anni entrerebbero in gioco i cosiddetti account introduttivi, comunque caratterizzati da forti limitazioni per quanto riguarda i contatti esterni e il tempo di utilizzo.

Solo dai 15 anni un ragazzo potrebbe aprire autonomamente un proprio account su una piattaforma social.

Al di là dei numeri precisi, che potranno naturalmente cambiare durante il percorso legislativo, il messaggio è piuttosto chiaro: si sta iniziando a considerare l’accesso indiscriminato al mondo digitale come qualcosa che può avere conseguenze importanti sullo sviluppo dei più giovani.

Ma perché?

Il problema non è soltanto lo schermo

Quando parliamo di bambini piccoli e dispositivi digitali, siamo spesso portati a chiederci quanto faccia male lo schermo in sé, ma in realtà il problema è più complesso.

Nei primi anni di vita il cervello non si sviluppa semplicemente accumulando informazioni, si sviluppa soprattutto attraverso l’esperienza.

Un bambino impara attraverso il movimento, il gioco, l’esplorazione, il linguaggio, il contatto fisico e la manipolazione degli oggetti. Impara attraverso gli errori, attraverso i tentativi e soprattutto attraverso l’interazione con le altre persone: genitori, fratelli, sorelle, nonni e tutte le figure che fanno parte del suo ambiente.

Un bambino impara a parlare perché qualcuno gli parla; impara a risolvere un problema perché prova, sbaglia e riprova; impara a muoversi muovendosi.

Sembrano esperienze banali, ma nei primi anni di vita rappresentano una parte fondamentale del processo attraverso cui vengono costruite determinate competenze.

Ed è qui che emerge il primo grande problema degli schermi.

Il tempo trascorso davanti a uno schermo è tempo che non può essere utilizzato contemporaneamente per fare qualcos’altro.

Questo fenomeno viene definito displacement effect, cioè effetto sostituzione. Lo schermo può quindi diventare problematico non soltanto per ciò che contiene, ma perché rischia di sostituire altre esperienze fondamentali per lo sviluppo.

bambini e smartphone

Un'ora davanti allo schermo è un'ora sottratta ad altre esperienze

Immagina un bambino piccolo che trascorre un’ora davanti a uno smartphone o a un tablet. In quell’ora non sta necessariamente facendo qualcosa di dannoso, potrebbe persino guardare un contenuto di buona qualità.

Ma quella stessa ora non può contemporaneamente essere utilizzata per giocare, muoversi, esplorare l’ambiente, parlare con un adulto, manipolare oggetti o semplicemente osservare ciò che accade intorno a lui.

Pensa, per esempio, allo sviluppo del linguaggio.

Un bambino non impara a comunicare semplicemente ascoltando delle parole. Quando un adulto parla con lui, il bambino osserva il volto, il tono della voce, le espressioni, i gesti e tutto quell’insieme di comunicazione non verbale e paraverbale che accompagna le parole.

È una relazione complessa.

Davanti a uno schermo, anche quando il contenuto è di qualità, questa interazione non può essere riprodotta completamente.

Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics, ha evidenziato una correlazione tra il tempo trascorso davanti ai dispositivi e risultati peggiori in alcune aree dello sviluppo cognitivo e psichico nei bambini tra i sei mesi e i sei anni, in particolare per quanto riguarda memoria, velocità di ragionamento e comprensione del linguaggio.

Non stiamo quindi parlando soltanto di una generica “influenza negativa” degli schermi, ma di funzioni cognitive che possono essere misurate e valutate.

La noia

C’è un’altra questione che secondo me merita molta più attenzione: la noia.

Prova a pensare a come trascorrevamo il tempo da bambini, quando eravamo costretti a stare in macchina senza smartphone, tablet o schermi montati dietro i poggiatesta.

Guardavamo fuori dal finestrino, osservavamo le persone, facevamo domande, inventavamo qualche gioco e lasciavamo semplicemente vagare la mente.

E sì, ci annoiavamo, ci lamentavamo, ci arrabbiavamo, chiedevamo quando saremmo arrivati. Ma prima o poi eravamo costretti a gestire quella frustrazione.

Oggi, invece, appena un bambino manifesta la propria noia, spesso la prima soluzione che gli proponiamo è uno smartphone, come se annoiarsi fosse qualcosa da evitare a tutti i costi.

Ma la noia non è necessariamente un problema da eliminare.

Imparare a stare senza una continua successione di stimoli fa parte dello sviluppo dell’autoregolazione e permette di confrontarsi con la frustrazione, l’attesa, la noia e le emozioni spiacevoli.

Se ogni volta che il bambino si lamenta gli consegniamo uno smartphone, il dispositivo rischia di trasformarsi in un vero e proprio regolatore emotivo. Il messaggio che rischiamo di trasmettere è molto potente: quando arriva un’emozione spiacevole, dobbiamo eliminarla immediatamente.

Ma nella vita non funziona così.

Prima o poi dovremo aspettare, dovremo perdere, dovremo sbagliare, dovremo sentirci dire di no, dovremo affrontare la noia, la frustrazione e tutte quelle emozioni che non possiamo semplicemente mettere in pausa.

E queste capacità non si sviluppano evitando continuamente quelle esperienze, si sviluppano vivendole.

bimbi e emozioni

Aspettare la giusta età

A questo punto possiamo capire meglio anche il motivo per cui la questione dell’età diventa così importante.

Secondo la proposta europea, tra i 3 e i 12 anni l’utilizzo dei dispositivi dovrebbe essere fortemente limitato e mediato dai genitori. Questo non significa necessariamente che ogni forma di schermo debba essere demonizzata.

Anche guardare un programma televisivo può essere un’esperienza condivisa. Un genitore può guardare un contenuto insieme al bambino, commentarlo, fare domande, condividere emozioni e trasformare un’esperienza passiva in un’occasione di relazione.

È molto diverso dal lasciare un bambino da solo davanti a uno schermo per tenerlo occupato.

Il problema, quindi, non è soltanto che cosa guarda, ma anche come, quanto e con chi lo guarda.

Cosa succede quando arriva il primo smartphone?

La proposta introduce una fase intermedia tra i 13 e i 14 anni, con account caratterizzati da limitazioni, per arrivare poi all’autonomia dai 15 anni. Il ragionamento alla base di questa scelta riguarda anche lo sviluppo delle capacità di autoregolazione.

La corteccia prefrontale, coinvolta tra le altre cose nel controllo degli impulsi e nella capacità di mantenere l’attenzione, è ancora in fase di sviluppo durante l’adolescenza.

E questo diventa particolarmente interessante se consideriamo la quantità di stimoli che i social network sono in grado di proporre continuamente.

Se già per un adulto può essere difficile interrompere una sequenza infinita di video e notifiche, possiamo immaginare quanto possa essere complesso per un bambino o per un adolescente che non ha ancora sviluppato completamente le capacità necessarie per gestire questi stimoli.

Ma c’è un dato che, personalmente, mi ha colpito molto.

Uno studio pubblicato sulla rivista Pediatrics ha seguito oltre diecimila bambini americani e ha analizzato le differenze associate all’età in cui veniva ricevuto il primo smartphone. La differenza considerata era di appena un anno: 12 anni contro 13 anni.

Secondo i risultati riportati nello studio, chi riceveva lo smartphone a 12 anni presentava una probabilità superiore del 62% di sviluppare disturbi del sonno, del 40% di sviluppare obesità e del 31% di sviluppare depressione rispetto a chi lo riceveva a 13 anni.

Naturalmente questi dati vanno interpretati con attenzione e non significano che lo smartphone causi automaticamente questi problemi. Si tratta di associazioni osservate in una popolazione e non di una prova che un singolo anno di differenza determini da solo questi esiti.

Ma il dato rimane interessante e ci obbliga almeno a porci una domanda: siamo davvero sicuri che dare uno smartphone personale a un bambino il prima possibile sia una scelta neutra?

Cosa possiamo fare come genitori?

La discussione sull’EU KIDS ACT potrebbe far pensare che dobbiamo aspettare una nuova legge per cambiare qualcosa, ma in realtà non è necessario. Ci sono alcune scelte che possiamo iniziare a fare già oggi.

La prima riguarda semplicemente il rispetto delle indicazioni già esistenti sul tempo davanti agli schermi, soprattutto nei primi anni di vita. Per i bambini più piccoli è importante evitare l’esposizione precoce e, quando lo schermo viene utilizzato, scegliere contenuti adeguati e condividere l’esperienza con un adulto.

La seconda scelta riguarda il primo smartphone, se possibile, possiamo rimandarlo il più a lungo possibile. E se il problema è semplicemente poter comunicare con nostro figlio o sapere dove si trova, non è necessariamente indispensabile offrirgli immediatamente uno smartphone con accesso illimitato a Internet. Un vecchio telefono senza connessione dati può essere sufficiente per telefonare.

La terza cosa, forse ancora più importante, è ricordarsi che togliere lo schermo non basta. Se fino a ieri abbiamo utilizzato smartphone e tablet come strumenti per calmare nostro figlio, non possiamo semplicemente eliminarli e aspettarci che tutto funzioni automaticamente. Dobbiamo sostituirli.

Con il gioco libero, con il tempo all’aperto, con un libro, con lo sport, con un’attività creativa o, semplicemente, con del tempo trascorso insieme. Ed è qui che probabilmente emerge la difficoltà più grande.

Perché se stai pensando: “Sì, tutto molto bello, ma io tutto questo tempo dove lo trovo?”, forse vale la pena fermarsi un momento, forse il problema non riguarda soltanto lo smartphone, forse riguarda anche il modo in cui abbiamo organizzato la nostra vita.

Infine, se tuo figlio ha già uno smartphone, puoi iniziare a intervenire senza aspettare nessuna nuova legge: stabilire limiti di utilizzo, disattivare le notifiche durante la sera, supervisionare gli account e creare momenti della giornata completamente privi di dispositivi.

Non devi aspettare che qualcuno stabilisca una regola al posto tuo, puoi iniziare anche questa sera.

bimbi e gioco

Conclusioni

La cosa che vorrei portassi a casa da questa riflessione non è l’ennesimo allarme nei confronti della tecnologia, lo smartphone non è il male. La tecnologia fa parte della nostra vita e continuerà a farne parte sempre di più. Il punto è un altro.

Dobbiamo decidere noi quale spazio vogliamo darle nella vita dei nostri figli.

Per troppo tempo abbiamo trattato l’accesso precoce alla tecnologia come qualcosa di inevitabile, quasi come una tappa naturale della crescita. Ma inevitabile non significa necessariamente giusto.

E forse la cosa più importante che possiamo fare come genitori è smettere di considerare normale tutto ciò che fanno tutti gli altri.

Perché è proprio questo il tipo di scelta di cui parliamo spesso qui: la capacità di fermarsi, osservare ciò che fanno tutti e decidere consapevolmente se vogliamo fare la stessa cosa. Anche quando significa andare controcorrente.

Ricorda: le pecore seguiranno la loro strada, chi vuole cambiare deve necessariamente uscire dal gregge.

 

Al prossimo post,

Antonio M.

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