di Antonio Martone
Sei su Netflix da quaranta minuti e nel frattempo ha letto otto trame e guardato due trailer, ma non hai ancora premuto play.
La stessa cosa ti succede con la dieta giusta, il corso giusto da comprare, l’app giusta per organizzarti. Hai accesso a più opzioni di qualsiasi essere umano nella storia e ti senti più bloccato che mai.
Niente paura o sensi di colpa, è un fenomeno con un nome preciso, ed è stato osservato per la prima volta molto prima che esistesse Netflix: in un supermercato della California.
L'esperimento delle marmellate
Due ricercatrici, Sheena Iyengar e Mark Lepper, allestirono un banchetto di assaggi dentro Draeger’s, un supermercato di lusso a Menlo Park che si vanta di vendere oltre 300 tipi di marmellata, 75 di olio d’oliva e 250 di senape, insomma il genere di posto già pensato per stordirti di scelta prima ancora di arrivare alla cassa.
Un giorno esposero sul banco 24 tipi diversi di marmellata, un altro giorno, solo 6. Il banco con 24 marmellate attirava più persone, è normale, la varietà incuriosisce, ci si ferma a guardare anche solo per curiosità.
Ma quando si trattava di comprare succedeva il contrario di quello che chiunque si aspetterebbe: solo il 3% di chi si era fermato al banco “ricco” comprava davvero una marmellata, mentre, al banco con appena 6 opzioni, comprava quasi il 30%.
Più scelta sul tavolo, meno persone che arrivavano a una decisione, dieci volte meno. E non parliamo di un pubblico distratto: erano persone che si erano fermate apposta, avevano assaggiato, avevano già mostrato interesse, eppure davanti a troppe opzioni, anche loro mollavano lì.
E ovviamente non si parla di marmellata, si parla di qualsiasi decisione della tua giornata in cui ti ritrovi davanti a troppe alternative tutte plausibili: una playlist da scegliere, un piano di allenamento, un preventivo da confrontare tra dieci idraulici trovati su Google.
Per approfondire:
L’esperimento delle marmellate.
Il costo nascosto di avere troppe opzioni
Quando hai due opzioni, scegliere una significa rinunciare a una sola cosa, ma quando hai venti opzioni, scegliere una significa rinunciare a diciannove. Il cervello, in qualche modo, fa i conti e quel conto pesa, anche se non lo stai facendo a voce alta.
Lo stesso schema è stato osservato su una scala molto più vasta rispetto ai barattoli di marmellata: in uno studio su quasi 800.000 dipendenti americani, chi aveva accesso a un piano pensionistico con molti fondi tra cui scegliere si iscriveva di meno, non di più, rispetto a chi aveva solo una manciata di opzioni semplici.
Persone che, di fatto, rinunciavano ai soldi del proprio futuro e non perché non volessero risparmiare, ma perché scegliere tra troppi fondi era così faticoso da rimandare la decisione all’infinito, e nel frattempo restavano semplicemente fuori dal piano.
Più alternative scartate ci sono, più cresce quello che gli psicologi chiamano rimpianto anticipato: il “e se l’altra fosse stata meglio?” che ti viene in mente ancora prima di aver scelto. Risultato: o resti bloccato a confrontare all’infinito, oppure scegli e passi le settimane dopo a chiederti se la scelta sbagliata fosse quella scartata.
Questo spiega perché a volte sei più soddisfatto/a di una cena scelta da un menù di 5 piatti che di una scelta da un menù di 50, anche se nel secondo caso, statisticamente, avevi più probabilità di trovare qualcosa che ti piace davvero.
Vale lo stesso per il corso online comprato dopo aver confrontato due proposte serie, contro quello comprato dopo aver aperto trenta tab e perso un pomeriggio intero: il secondo, anche se fosse oggettivamente migliore sulla carta, lo godrai quasi sempre di meno.
"Massimizzatori" e "Accontentatori"
Non tutti vivono il paradosso della scelta nello stesso modo. C’è un modo di decidere che cerca sempre “l’opzione migliore possibile“: confronta, rimanda, riapre la ricerca anche dopo aver scelto, per essere sicuro di non aver perso niente di meglio.
Pensa a chi compra le cuffie solo dopo aver letto quaranta recensioni e che, anche dopo l’acquisto, continua a controllare se nel frattempo è uscito un modello migliore allo stesso prezzo (lo fai anche tu, vero? ).
E c’è un modo di decidere che cerca “qualcosa che va bene per quello che mi serve ora“: sceglie quando un’opzione soddisfa i criteri che contano, e si ferma lì, senza continuare a guardare. È la persona che prova il primo paio di scarpe da corsa comode nel suo budget, le compra, e non pensa più alle altre quaranta opzioni del negozio.
Uno studio che ha messo a confronto questi due profili, chiamati “massimizzatori” e “accontentatori“, ha trovato che i primi riportano sistematicamente più rimpianto, più tendenza al confronto sociale e meno soddisfazione di vita in generale, anche quando i risultati concreti delle loro scelte (stipendio, voto, qualità dell’oggetto comprato) erano oggettivamente uguali o migliori di quelli degli accontentatori.
La cosa controintuitiva è questa: chi cerca sempre il massimo spesso finisce con risultati simili a chi si accontenta, stesso stipendio, stesso appartamento, stesso corso, ma è sistematicamente meno soddisfatto di quello che ha scelto. E lo fa non perché abbia scelto peggio, ma perché ha passato più tempo a confrontare quello che ha con quello che avrebbe potuto avere.
Cercare sempre il massimo non ti dà di più, semplicemente ti costa di più in tempo, in energia, e in quella sensazione di non essere mai davvero arrivato a una scelta definitiva.
Il gregge vende scelte infinite come libertà
Qui c’è il punto che riguarda più da vicino chi segue questo spazio: gran parte della cultura del self-help e della produttività vende esattamente il contrario di quello che servirebbe. “10 metodi per organizzare la giornata”, “30 skills di produttività da provare”, “le 7 diete più efficaci del 2026”, ogni contenuto del genere ti aggiunge un’opzione, non te ne toglie una.
Lo stesso Barry Schwartz, nel suo intervento diventato uno dei più visti della storia di TED, raccontava di aver contato 175 tipi diversi di condimento per insalata nel suo supermercato di quartiere, lo stesso genere di abbondanza che oggi ritrovi replicata in palestre, app di produttività, diete e corsi, e che finisce per somigliare più a un peso che a una libertà.
Il messaggio implicito è: più scegli tra tante cose, più sei libero e informato. In pratica, succede l’opposto: passi più tempo a confrontare metodi che a praticarne uno abbastanza a lungo da capire se funziona davvero per te.
Conosci probabilmente qualcuno, forse sei tu, che ha comprato tre corsi diversi sullo stesso argomento nell’ultimo anno, e non ne ha finito nessuno.
Uscire dal gregge, in questo caso, non significa trovare il metodo definitivo che nessun altro conosce, significa smettere di partecipare alla gara del confronto infinito, e definire da solo i criteri con cui scegli, prima ancora di guardare le opzioni.
Quattro criteri pratici per uscire dal loop
- Decidi i criteri prima di guardare le opzioni, non dopo. Se sai già cosa ti serve davvero (budget, tempo, obiettivo), filtri automaticamente metà delle alternative prima che ti distraggano. Prima di aprire il sito di un corso, scrivi su un foglio: “voglio imparare X, ho Y ore a settimana, budget massimo Z”. Poi guarda solo le opzioni che rientrano in quei tre numeri, tutte le altre escono dal campo visivo prima ancora di tentarti.
- Metti un tetto al numero di opzioni che consideri. Tre è quasi sempre abbastanza per qualsiasi decisione non vitale. Confrontare la quarta, quinta, sesta opzione aggiunge ansia, non qualità alla scelta. Se stai scegliendo un ristorante, fermati alle prime tre proposte che soddisfano i tuoi criteri base e scegli tra quelle, senza scorrere fino in fondo alla lista “per sicurezza”.
- Distingui le decisioni reversibili da quelle irreversibili. Per una decisione reversibile (un abbonamento, un piano di allenamento, una serie da guardare) decidi in fretta: se non funziona, cambi. Tutta l’energia che spendi a massimizzare una scelta che puoi correggere domani è energia sprecata. Riservala per le decisioni che davvero non si possono disfare facilmente.
- Smetti di guardare dopo aver scelto. Il confronto post-decisione, ovvero continuare a controllare se c’era un’opzione migliore, è quello che rovina la soddisfazione, non la scelta in sé. Se hai comprato qualcosa, chiudi le altre tab.
Conclusioni
La libertà, raccontata come ce la vendono, è avere sempre più porte aperte. Ma una porta aperta che non attraversi mai non è libertà: è solo un altro posto dove il tuo tempo e la tua attenzione vanno a finire. Un abbonamento mai usato, un corso mai iniziato, un “magari un giorno” che occupa spazio mentale senza darti niente in cambio.
La libertà vera è poter chiudere le altre porte senza ansia, perché hai criteri chiari su cosa stai cercando, e non hai bisogno di controllare cosa c’è dietro ogni altra porta per sentirti a posto con quella che hai scelto.
Torna a quei quaranta minuti su Netflix con cui abbiamo iniziato. Non ti serviva un catalogo più grande, ti serviva sapere, prima di aprire l’app, che genere di serata volevi passare. Quella è la sola differenza tra scorrere all’infinito e scegliere.
Al prossimo post,
Antonio M.